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L’Ordinamento Sportivo Italiano

Per inquadrare correttamente l’ordinamento sportivo Italiano nel contesto giuridico nazionale è opportuno introdurre il “principio della pluralità degli ordinamenti giuridici”.

Tale principio, sancito dalla Costituzione Italiana, si pone alla base del sistema dei rapporti con lo Stato formando una “gerarchia delle istituzioni” dove all’apice della piramide è posto l’ordinamento statale, costituito da un insieme di norme il cui compito è perseguire interessi in favore della totalità dei soggetti, e ad un livello inferiore gli ordinamenti settoriali (o “particolari”) il cui scopo è quello di perseguire gli interessi dei soggetti che ne fanno parte.

L’ordinamento sportivo è dunque inquadrabile come un ordinamento giuridico settoriale avente un’autonomia giuridica ed una struttura organizzativa formata dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), dalle Federazioni sportive nazionali, dalle Discipline associate, dagli Enti di promozione sportiva e dalle associazioni e società sportive.

Il CONI ha potere ordinamentale, disciplinare e sanzionatorio su tutti gli attori dell’ordinamento sportivo nazionale ed è affiliato al Comitato Internazionale Olimpico (CIO).

È stato costituito con la Legge n. 426 del 16 Febbraio 1942 sotto la vigilanza del Ministero del Turismo e dello Spettacolo che gli ha conferito personalità di diritto pubblico ed assegnato le funzioni di «organizzazione e potenziamento dello sport nazionale e l’indirizzo di esso verso il perfezionamento atletico con particolare riguardo al miglioramento fisico e morale» (art. 2).

Tale Legge è tuttavia stata abrogata dal cosiddetto “Decreto Melandri” (D. Lgs. n. 242 del 23 Luglio 1999 “Riordino del Comitato Olimpico Nazionale Italiano”) che sottolinea la personalità giuridica di diritto pubblico del CONI e assegna al Ministero per i beni e le attività culturali il compito di vigilanza dello stesso ; inoltre ne ridefinisce all’art. 2 comma 1 le funzioni, quali «l’organizzazione ed il potenziamento dello sport nazionale, la preparazione degli atleti e l’approntamento dei mezzi idonei per le Olimpiadi e per tutte le altre manifestazioni sportive nazionali ed internazionali […], l’adozione di misure di prevenzione e repressione dell’uso di sostanze che alterano le naturali prestazioni fisiche degli atleti, la promozione della massima diffusione della pratica sportiva».

Per quanto concerne la struttura interna, gli organi del CONI sono definiti dal citato decreto n. 242 e modificati dapprima dall’art. 8 del Decreto Legge n. 138 del 8 Luglio 2002, cosiddetto “Riassetto del CONI” che ha introdotto la nascita di “CONI Servizi S.p.a.” con i compiti di svolgere tutte le attività strumentali dell’ente, e successivamente nel 2008 con lo Statuto adottato del 26 Febbraio 2008 approvato con Decreto Ministeriale il 7 aprile 2008.

Ad oggi, pertanto, l’assetto organizzativo dell’ente quale «Confederazione delle Federazioni sportive nazionali (FSN) e delle Discipline sportive associate (DSA)» si presenta con una struttura composta dal Consiglio Nazionale, dalla Giunta Nazionale, dal Presidente, dal Segretario Generale e dal Collegio dei Revisori dei Conti.

Nel livello gerarchicamente inferiore al CONI, nell’ordinamento sportivo italiano trovano posto le Federazioni Sportive Nazionali inquadrate dal punto di vista normativo come associazioni senza fini di lucro con personalità giuridica di diritto privato. Le federazioni, così come le Discipline Sportive Associate e gli Enti di Promozione Sportiva che occupano la stessa “posizione gerarchica” all’interno dell’ordinamento sportivo italiano, assumono una rilevanza di primissimo piano in quanto sono di fatto gli istituti delegati allo svolgimento delle singole discipline sportive. Il CONI riconosce una sola federazione per ciascun sport, alla quale le singole associazioni o società sportive entrano a far parte mediante procedure comunemente note con i termini di riconoscimento e affiliazione.

Alle federazioni sportive, è riconosciuta l’autonomia tecnica, organizzativa e di gestione delle discipline; hanno pertanto il compito di organizzare manifestazioni agonistiche o amatoriali sia a livello locale che nazionale, di curare la preparazione tecnica, didattica e metodologica dei tecnici sportivi attraverso corsi di formazione e di aggiornamento e di promuovere e sviluppare la preparazione psico-fisica degli atleti.

Le Discipline sportive associate hanno le medesime funzioni delle federazioni, sono anch’esse riconosciute dal CONI ma svolgono attività separate e distinte ed occupano così una posizione di contiguità con le Federazioni sportive nazionali. Si può asserire che, rispetto le federazioni, le discipline associate si rivolgono per lo più a nuove e particolari attività sportive, emergenti sotto il profilo sociale, spesso aventi caratteristiche tipiche dello sport ma anche con forte impronta ludica e ricreativa. Infine, gli Enti di Promozione Sportiva, sono definiti dal CONI come «le associazioni che hanno per fine istituzionale la promozione e la organizzazione di attività fisico sportive con finalità ricreative e formative».

Gli enti di promozione sportiva, soggetti anch’essi a riconoscimento da parte del CONI, hanno come scopo statutario la promozione e l’organizzazione di attività fisico-sportive con finalità ludiche, ricreative e formative. In particolare si occupano dell’organizzazione di attività sportive a carattere amatoriale, anche se spesso di tipo agonistico, di formazione e di avviamento alla pratica sportiva, corsi per tecnici ed arbitri, di diffusione della pratica sportiva attraverso eventi e pubblicazioni. Agli enti possono affiliarsi  Associazioni Sportive Dilettantistiche (ASD) presenti su tutto il territorio nazionale nei vari sport.

Alla base della struttura organizzativa dell’ordinamento sportivo italiano si trovano le associazioni sportive e le società sportive che rappresentano gli enti che consentono ai singoli associati o tesserati la pratica dello sport, a livello sia agonistico che dilettantistico, come previsto dall’ art. 1 della Legge n. 91 del 23 Marzo 1981. In Italia lo sport professionistico può essere esercitato solamente da società di capitali che possono avere scopo di lucro; l’attività dilettantistica invece può essere svolta da sodalizi costituiti in forma di società di capitali, cooperative e associazioni senza scopo di lucro con e senza personalità giuridica. In seguito verrà pubblicato un articolo in merito a queste figure.

La responsabilità civile nelle associazioni sportive dilettantistiche.

È bene fare una precisazione iniziale: l’ordinamento sportivo si pone in una posizione di autonomia rispetto all’ordinamento statale, rispetto al quale ha proprie regole amministrative, tecniche e di giustizia distinte.

Ne consegue che l’illecito sportivo, inteso come violazione di una regola di gioco o gara dettata dai regolamenti federali, va tenuto distinto dall’illecito civile. 

Pertanto, qui prenderemo in considerazione unicamente la responsabilità derivante da illeciti civili.

La responsabilità civile per le ASD.

Il problema della responsabilità civile per i fatti compiuti dall’associazione si pone principalmente per i rappresentanti legali delle associazioni non riconosciute quali sono le associazioni sportive dilettantistiche. 

Le ASD, in quanto associazioni non riconosciute, sono prive di personalità giuridica e sono caratterizzate da un’autonomia amministrativa, prevista espressamente dall’articolo 36 c.c., il quale specifica che l’associazione sta in giudizio nella persona di coloro ai quali è conferita la presidenza o la direzione.

I rappresentanti operano sulla base di un rapporto di “immedesimazione organica” che li lega all’associazione in modo tale che ogni atto da loro compiuto in nome e per conto dell’associazione venga ad essa immediatamente imputato. D’altro canto, ai sensi dell’articolo 38, delle obbligazioni assunte sono responsabili solidalmente ed illimitatamente con l’associazione anche le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione.

Il responsabile di un’associazione sportiva dilettantistica può incorrere principalmente in due tipi di responsabilità civile: la responsabilità extracontrattuale e quella contrattuale.

  • La responsabilità extracontrattuale è sostanzialmente la responsabilità che deriva da fatto illecito. Essa viene disciplinata dai principi generali dell’ordinamento. Occorre, infatti, far riferimento all’art. 2043 del c.c., che sancisce che “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona al altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”. Perché si integri una responsabilità civile extracontrattuale è necessario che il soggetto (dirigente, organizzatore, tecnico) cagioni ad altro un danno ingiusto durante lo svolgimento dell’attività sportiva, ponendo in essere una condotta dolosa o colposa. Quindi, il legale rappresentante dell’associazione risponde soltanto ed esclusivamente se l’azione è stata compiuta dolosamente o in modo colposo, cioè con negligenza, imperizia e imprudenza di leggi e di regolamenti, e questa è allo stesso ascrivibile.

  • La responsabilità contrattuale è regolata, invece, dall’articolo 38 c.c. il quale sancisce che “per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione, i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione”. I terzi, dunque, possono soddisfare le proprie pretese rivolgendosi sia al fondo comune della ASD che alle “persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione”, le quali rispondono personalmente e illimitatamente. Tuttavia, è opinione oramai consolidata ritenere di natura aggiuntiva la responsabilità di chi ha agito per l’associazione, qualificandola come responsabilità concorrente per debito altrui (o fidejussione ex lege a favore del terzo creditore), con l’ovvia conseguenza che tale responsabilità può essere invocata solo se sussiste quella dell’ente. Sussiste, quindi, la responsabilità solidale e personale del legale rappresentante (ovvero il Presidente), solo se questi era a conoscenza delle operazioni poste in essere dall’associazione, altrimenti la responsabilità ricade sulle persone che si sono occupate in prima persona delle operazioni che hanno determinato l’inadempienza.

  • La responsabilità personale. Quest’ultimo aspetto riveste importanza sostanziale: la norma, infatti, non parla di Presidente o di legale rappresentante. Se normalmente è logico ritenere che questi ultimi si occupino in prima persona della gestione dell’associazione o prendano decisioni per conto della società, non è così in tutti i casi. Il presupposto della responsabilità personale, già sancito dall’art. 38 c.c., attribuisce la responsabilità non ai meri titolari di cariche rappresentative (tipicamente, il Presidente) ma ai soggetti che abbiano effettivamente agito in nome e per conto dell’ente. Pertanto, è necessario analizzare e valutare concretamente all’interno di ogni singola associazione chi compia operazioni e prenda decisioni necessarie per la continuità della vita associativa. Solo qualora effettivamente il Presidente, legale rappresentante, si occupi direttamente della gestione (ad esempio, essendo l’unico con poteri di firma, nonché avendo le deleghe con i rapporti con la banca), gli si può attribuire la responsabilità delle operazioni poste in essere dall’associazione. Per quel che riguarda gli altri soci, ancorché facenti parte del Consiglio direttivo, se risultano estranei alle operazioni compiute non assumono alcuna responsabilità patrimoniale per le obbligazioni assunte dall’associazione.

La responsabilità penale.

Nello svolgimento dell’attività delle ASD possono verificarsi fatti lesivi dei diritti altrui. In taluni casi l’esigenza di tutela è talmente forte – si pensi alla tutela della vita, dell’integrità fisica degli atleti, della propria reputazione, ecc. – da far sì che l’eventuale lesione del diritto integri non solo una responsabilità civile (con l’obbligo al risarcimento del danno), ma pure una responsabilità penale (con l’assoggettamento a pena). Com’è noto, la responsabilità penale, ai sensi dell’articolo 27 della Costituzione, è sempre personale. Pertanto, di eventuali reati risponderanno i singoli tesserati che li abbiano commessi e in nessun caso l’associazione. La responsabilità penale presuppone una condotta dolosa (cioè, cosciente e volontaria) o quanto meno colposa (cioè non intenzionale) del soggetto agente; tuttavia, pensando alle associazioni (e agli scopi ideali che queste perseguono), è difficile immaginare un’attività associativa volontariamente preordinata alla lesione di diritti altrui. E’ evidente che la responsabilità penale in cui possono incorrere gli enti associativi si ricollega prevalentemente ad eventi dannosi che si producono per colpa. L’art. 43, co.1 c.p. stabilisce che il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti ordini o discipline. Quanto al loro contenuto, esse possono prevedere: l’obbligo di astenersi da una determinata attività quando questa comporti un rischio insostenibile; l’obbligo di adottare tutte le misure di sicurezza necessarie a scongiurare o a contenere situazioni di pericolo; l’obbligo di informazione (per esempio sulle norme antinfortunistiche che presiedono allo svolgimento dell’attività da realizzare); l’obbligo di scegliere idonei collaboratori e di operare sugli stessi un adeguato controllo.